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Appunti di filosofia su Kant

Kant

Il Criticismo

Il pensiero proprio di Kant è il criticismo, in quanto fa della critica lo strumento per eccellenza della filosofia. La critica è quell’ atteggiamento filosofico che consiste nell’interrogarsi sul fondamento di determinate esperienze umane, per chiarirne la possibilità, la validità e i limiti. Questo indirizzo critico oppone Kant al dogmatismo della ragion pura e allo scetticismo, ma lo collega all’empirismo e all’illuminismo che si erano occupati entrambi dei limiti dell’uomo.
Il criticismo si configura quindi, come una filosofia del limite, che cioè stabilisce il carattere finito o condizionato dell’esperienza.

Critica della Ragion Pura

L’opera di Kant La Critica della Ragion Pura, è sostanzialmente un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Al tempo del filosofo l’universo del sapere si basava sulla scienza e sulla metafisica, per questo la sua è un’indagine proprio su queste due attività della mente. Kant respinge lo scetticismo scientifico, ma condivide lo scetticismo metafisico. Da qui nascono le quattro domande di base: “com’è possibile la matematica pura?”, “com’è possibile la fisica pura?”, “com’è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale?”, “com’è possibile la metafisica come scienza?”.

I Giudizi Sintetici a Priori

Secondo la teoria kantiana esistono tre tipi di giudizi.
I giudizi sintetici a priori sono alla base del sapere, e in particolare della scienza, sono verità universali e necessarie che valgono ovunque e sempre allo stesso modo. Sono sintetici in quanto il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, e a priori in quanto non derivano dall’esperienza; simboleggiano la concezione criticistica della scienza.
I giudizi analitici a priori sono quelli che vengono enunciati senza bisogno di ricorrere all’esperienza. Sono analitici in quanto il predicato non dice niente di nuovo rispetto al soggetto, a priori in quanto non hanno bisogno di convalide empiriche; simboleggiano la concezione razionalistica della scienza.
I giudizi sintetici a posteriori sono quelli in cui il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto in base all’esperienza. Sono sintetici in quanto il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto, a posteriori in quanto derivano dall’esperienza; simboleggiano la concezione empiristica della scienza.

La Rivoluzione Copernicana

Per materia Kant intende la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che provengono dall’esperienza; per forma intende l’insieme delle modalità fisse attraverso cui la mente ordina la materia sensibile secondo determinate relazioni.

La rivoluzione copernicana è il mutamento di prospettiva realizzato da Kant, il quale, invece di supporre che le strutture mentali si modellino sulla natura, suppose che l’ordine della natura si modella sulle strutture mentali.

Il fenomeno è la realtà che ci appare tramite le forme a priori della struttura conoscitiva, quindi è l’oggetto della conoscenza, che risulta sempre relativo al nostro modo di conoscere.

La cosa in sé, è la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediate cui la conosciamo.

La Facoltà della Conoscenza

Kant articola la conoscenza in tre facoltà principali.
La sensibilità è la facoltà mediante cui gli oggetti ci sono stati dati attraverso i sensi, in modo immediato e intuitivo.
L’intelletto è la facoltà per cui pensiamo attivamente i dati offerti dalla sensibilità, che opera legittimamente nel campo dell’esperienza.
La ragione, infine, è la facoltà che ci da i principi della conoscenza a priori, non solo razionale, ma anche sensibile e intellettuale. È la seconda sorgente della conoscenza.

La dottrina degli elementi mette in luce le forme a priori e si divide in estetica trascendentale che studia la sensibilità, e in logica trascendentale che studia il pensiero. La logica trascendentale, a sua volta, si divide in analitica, che studia l’intelletto, e dialettica, che studia la ragione.

L'Estetica Trascendentale

L’Estetica trascendentale di Kant studia la sensibilità e le sue forme a priori.
Kant considera la sensibilità “recettiva”, perché non genera i propri contenuti ma li accoglie per intuizione dalla realtà esterna o dell’esperienza interna.
Ma la sensibilità è anche attiva, in quanto organizza il materiale delle sensazioni ( le intuizioni empiriche) tramite lo spazio e il tempo, che sono le forme a priori (le intuizioni pure) della sensibilità.
Quindi, le intuizioni empiriche si riferiscono all’oggetto tramite le sensazioni, mentre le intuizioni pure sono le forme a priori delle sensazioni.

Lo spazio e il tempo sono le forme a priori della sensibilità.
Lo spazio è la forma del senso esterno; il tempo è la forma del senso interno, ma poiché è unicamente attraverso il senso interno che ci giungono i dati del senso esterno, è anche la forma del senso esterno.

Parlando di “idealità trascendentale” e “realtà empirica” dello spazio e del tempo, Kant intende dire che spazio e tempo, pur essendo soggettivi rispetto alle cose in se stesse, hanno anche una validità oggettiva rispetto a tutti gli oggetti che possono essere dati ai nostri sensi.

Seconda la fondazione kantiana della matematica, la geometria e l’aritmetica sono le scienze sintetiche a priori per eccellenza. Sintetiche in quanto ampliano le nostre conoscenze, a priori in quanto i teoremi si sviluppano indipendentemente dall’esperienza. Ciò accade perché alla base della matematica sta l’intuizione pura di spazio (la geometria) e di tempo (aritmetica).

L'Analitica Trascendentale

La logica è la scienza del pensiero discorsivo, cioè di quella conoscenza che avviene per concetti.
La logica trascendentale è lo studio delle conoscenze a priori che sono proprie sia dell’intelletto che della ragione. Si distingue da quella generale della tradizione perché non si limita a studiare le leggi e i meccanismi formali del pensiero ma ne determina la validità, e perché si riferisce alle conoscenze razionali pure.

Il concetto è una funzione tipica dell’intelletto, quell’operazione che ordina diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune. I concetti empirici sono costruiti con materiali ricavati dall’esperienza, mentre quelli puri sono quelli la cui origine risiede nell’intelletto.

Le categorie sono i vari modi con cui l’intelletto unifica a priori le molteplici intuizioni empiriche della sensibilità.

La deduzione trascendentale:

il termine è tratto dal linguaggio giuridico che si riferisce alla dimostrazione della legittimità di diritto di una pretesa di fatto.
Il problema è stabilire se, pur essendo forme soggettive della mente, è legittimo che le categorie pretendano di valere per gli oggetti.
La soluzione è che, poiché gli oggetti dell’esperienza devono sottostare all’ “io penso”, essi devono anche sottostare alle categorie attraverso cui l’ “io penso” opera nella sua attività di sintesi.
L’ “io penso” è il principio supremo della conoscenza e ciò che rende possibile l’oggettività del sapere scientifico.

Secondo Kant l’idealismo è la teoria che considera l’esistenza degli oggetti nello spazio fuori di noi o semplicemente dubbia e indimostrabile o falsa e impossibile.
L’idealismo di Kant è trascendentale o formale, e pur proclamando l’idealità trascendentale dello spazio, del tempo e delle categorie, si accompagna a un realismo empirico per il quale si è consapevoli della realtà dei corpi come fenomeni esterni allo stesso modo in cui, per mezzo della propria esperienza interna, si è consapevoli dell’esistenza dell’anima nel tempo.

Gli schemi trascendentali.

Lo schema è una rappresentazione intuitiva di un concetto, una rappresentazione che rende intuitivi i concetti secondo una regola universale. A differenza dell’immagine, che è sempre particolare, lo schema è universale.
Gli schemi trascendentali sono la rappresentazione intuitivo-temporale delle categorie, ovvero le regole tramite cui l’intelletto ordina a priori il tempo secondo determinate forme che corrispondono alle varie categorie.
Per immaginazione, i filosofi hanno inteso la possibilità di evocare o produrre immagini indipendentemente dalla presenza dell’oggetto cui si riferiscono.
Kant la definisce come il potere di rappresentare un oggetto, anche senza la sua presenza nell’intuizione. La distingue in immaginazione riproduttiva, che si limita a riprodurre nell’animo intuizioni già avute, e immaginazione produttiva, che è quell’attività spontanea capace di determinare a priori la sensibilità in conformità alle categorie.

I principi dell’intelletto puro sono:

  • gli assiomi dell’intuizione, corrispondenti alle categorie della quantità, e per i quali tutti i fenomeni intuiti sono quantità estensive;
  • le anticipazioni della percezione, corrispondenti alle categorie della qualità, e per cui ogni realtà percepita ha una quantità intensiva, cioè un grado;
  • le analogie dell’esperienza, corrispondenti alle categorie di relazione, e per le quali l’esperienza è possibile solo mediante una trama necessaria basata sulle categorie di sostanza, causa e azione reciproca;
  • i postulati del pensiero empirico in generale, corrispondenti alle categorie di modalità, e che definiscono come possibile, reale e necessario ciò che si accorda con le condizioni formali, materiali e universali dell’esperienza.
Questi principi rappresentano le leggi supreme dell’esperienza e le proposizioni fondamentali in cui si incarna la conoscenza a priori della natura.

La natura è, in senso formale, il sistema delle leggi a priori, universali e necessarie, che ordinano i fenomeni; in senso materiale è l’insieme dei fenomeni e delle leggi particolari che deriviamo a posteriori dall’esperienza.
L’ordine formale della natura scaturisce dall’ “io penso” e dai suoi principi a priori.
L’ io penso è il legislatore della natura, poiché il carattere legale di quest’ultima non è dato dall’oggetto, ma da una proiezione del soggetto sull’oggetto. Costituendo l’oggetto, il soggetto costituisce la natura.

Ambiti d’uso delle categorie: le categorie, essendo la facoltà logica di unificare il molteplice della sensibilità, funzionano solo in rapporto al materiale che esse organizzano, ovvero in connessione con le intuizioni spazio-temporali cui si applicano. Questo principio, il quale fa una distinzione tra “pensare” e “conoscere”, esclude che le categorie abbiano un uso trascendentale, quindi implica che il loro unico uso sia quello empirico.

Pensare e conoscere sono due cose ben diverse. La conoscenza richiede due elementi: innanzitutto il concetto per cui un oggetto è in generale pensato, quindi la categoria, e poi l’intuizione per cui un oggetto è dato.

Kant ha sempre ribadito che l’ambito della conoscenza umana è rigorosamente limitato al fenomeno. Il noumeno, in contrapposizione al fenomeno, è la cosa in sé, in quanto oggetto di una ipotetica conoscenza intellettuale pura. Kant, infatti, distingue un significato negativo e uno positivo. Il nome noumeno dato a qualcosa in quanto non è oggetto della nostra intuizione sensibile, è in senso negativo. Se intendiamo designare l’oggetto di un’intuizione non sensibile, presupponiamo una particolare specie di intuizione, ossia l’intuizione intellettuale, che non ci appartiene, si ha un noumeno in senso positivo. Ma proprio perché l’uomo non è dotato di una intuizione intellettuale, l’unico uso legittimo è quello negativo.

L’intuizione intellettuale è quella propria di Dio, rispetto a cui gli oggetti non sono dati, come avviene nell’intuizione sensibile, bensì creati.

L’esperienza si identifica con: l’intuizione sensibile, ovvero con il materiale e la fonte del conoscere, che si identifica con l’ipotetico dato bruto che la mente riconosce ed elabora; l’organizzazione complessiva della conoscenza fenomenica, comprese le forme a priori che la strutturano, e si identifica con il conoscere effettivo, ossia con il materiale sensibile già elaborato dalle categorie. Il concetto più caratteristicamente kantiano di esperienza è il secondo.

Dialettica è il termine a cui Kant da il significato negativo di logica della parvenza, cioè apparenza illusoria.
La dialettica trascendentale è la seconda parte della logica trascendentale, i cui si illustrano e si confutano gli errori in cui incorre la ragione. Tale dialettica non potrà mai dissolvere questa parvenza facendo si che essa cessi di presentarsi, perché in questo caso si tratta di un’illusione assolutamente inevitabile.

Le idee trascendentali sono i concetti puri della ragione. Per idea, Kant intende una perfezione non reale. Le tre idee che Kant enumera come oggetti necessari della ragione sono anima, mondo e Dio. L’anima è l’idea della totalità assolute dei fenomeni interni, il mondo è l’idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni, Dio è inteso come totalità di tutte le totalità e fondamento di tutto ciò che esiste.
L’errore della metafisica consiste nel trasformare queste tre esigenze mentali in altrettante realtà.

La psicologia razionale è fondata su di un paralogisma, cioè un ragionamento errato, che consiste nell’applicare la categoria di sostanza dell’io penso, trasformandolo in una realtà permanente chiamata “anima”.

La cosmologia razionale ha per oggetto il mondo o il cosmo, cioè la totalità incondizionata dei fenomeni, e poiché un’idea di questo tipo trascende necessariamente l’esperienza, essa risulta illegittima, come testimoniano le antinomie cui essa da luogo.

Le antinomie indicano il conflitto in cui la ragione viene a trovarsi con se stessa quando nella cosmologia razionale fa uso della nozione di mondo. Le antinomie si concretizzano in coppie di affermazioni opposte, dove l’una, la tesi, afferma e l’altra, l’antitesi, nega, ma tra le quali non è possibile decidere. Le antinomie dimostrano, quindi, l’illegittimità dell’idea di mondo.

La teologia razionale ha per oggetto Dio, che secondo Kant rappresenta l’ideale della ragion pura, cioè quel supremo modello personificato di ogni realtà o perfezione che i filosofi hanno designato come un essere originario, supremo. Poiché tale ideale non ci dice niente circa la sua realtà effettiva, la tradizione ha elaborato une serie di prove dell’esistenza di Dio, che Kant raggruppa in tre classi: prova ontologica, cosmologica e fisico-teologica. Il limite di queste prove consiste sempre nella pretesa di derivare, da semplici idee, delle realtà.

La funzione regolativa è l’so di una facoltà non per costituire la conoscenza di un oggetto, ma semplicemente per guidarla. Tale è il caso delle idee trascendentali. Tale è il caso delle idee trascendentali che, pur non potendo essere usate per conoscere gli oggetti cui si riferiscono, servono ad indirizzare la ricerca umana verso quella completezza ideale che esse incarnano.

La Critica della Ragion Pratica

La ragion pura pratica è, per Kant, la morale stessa, vista come un’attività razionale o a priori che risulta sufficiente a determinare la volontà.
Ad essa si contrappone la ragion empirica pratica, quel tipo di ragione che si basa semplicemente sul principio sensibile della felicità.

La critica della ragion pratica fa solo vedere che c’è una ragione pura pratica e ne critica l’intera facoltà pratica.
Kant ritiene che la critica non deve riguardare solo la ragion pura pratica ma la ragione empirica pratica e la sua pretesa di costituire l’unico motivo dell’azione.
Il fatto che la ragion pura pratica operi legittimamente a priori e non abbia bisogno di essere criticata, non esclude il carattere limitato o condizionato dell’etica.

Secondo Kant, l’esistenza di una legge morale a priori rappresenta un fatto indubitabile che il filosofo non deve dedurre ma constatare.
Alla critica della ragion pratica non si presenta, come nella critica della ragion pura, il problema di una dimostrazione della validità della legge morale, perché questa validità fa parte del fatto razionale in cui la legge consiste.
La tesi dell’esistenza di una ragion pura pratica coincide con la tesi dell’esistenza di una legge etica incondizionata, quindi indipendente dalla sollecitazioni particolari della sensibilità.
L’equazione moralità=incondizionatezza=libertà=universalità e necessità rappresenta il fulcro dell’analisi etica di Kant, in grado di cogliere in modo logicamente concatenato gli attributi essenziali che il filosofo riferisce alla legge morale: categoricità, formalità, disinteresse ed autonomia.

Il concetto kantiano della vita etica si fonda sulla tesi della natura finita dell’uomo, cioè della mancanza di un accordo necessario tra volontà e ragione. Del resto, se la volontà dell’uomo fosse già in se stessa necessariamente d’accordo con la legge della ragione, questa legge non varrebbe per lui come un comando e non ci imporrebbe la costrizione del dovere.
Il principio stesso della morale implica un limite pratico, costituito dalle inclinazioni sensibili. Infatti, se l’uomo fosse solo sensibilità, le sue azioni sarebbero determinate dagli impulsi sensibili; se fosse solo razionalità sarebbero determinate dalla ragione. In entrambi i casi la morale sarebbe impossibile.
Tutto ciò significa che la moralità non è la razionalità necessaria di un essere infinito che si identifica con la ragione, ma è la razionalità possibile di un essere che può assumere o non assumere la ragione come guida della sua condotta.

Nella ragion pratica circola come tema dominante la polemica contro il fanatismo morale e l’illusione della santità.
Il fanatismo è, in senso generale, una trasgressione dei limiti della ragione umana. In senso morale, consiste nella pretesa di fare il bene di buon grado, tramite un’inclinazione naturale spontanea, e sostituire alla virtù la presunzione della santità, quella perfezione morale che nessun essere razionale può raggiungere in nessun momento della sua esistenza.

La volontà è la facoltà di agire secondo la rappresentazione delle leggi e dei principi, quindi è null’altro che la ragion pratica. Kant distingue nella volontà due principi pratici, delle regole generali che disciplinano la nostra volontà, che sono le massime e gli imperativi.

Le massime sono i principi pratici soggettivi, quelle regole di comportamento che l’individuo considera valide solo per la sua volontà. Gli imperativi sono oggettivi, quindi valgono pèer chiunque, e si dividono in ipotetici e categorici.
Gli imperativi ipotetici sono quelli che presentano la necessità pratica di un’azione possibile quale mezzo per raggiungere qualche altra cosa che si vuole.
L’imperativo categorico è quello che rappresenta un’azione come necessaria per se stessa, senza relazione con alcun fine. Esso solo presenta i connotati della legge pratica.

Le formule dell’imperativo categorico sono tre:

  • agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale;
  • agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo;
  • agisci in modo che la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice.
L’unica vera formula è la prima, le altre sono specificazioni o sottoformulazioni di essa.

Il regno dei fini è, secondo Kant, la comunità ideale degli esseri ragionevoli, in quanto obbediscono alle leggi della morale. In questo regno ogni membro è, nello stesso tempo, legislatore e suddito.
Secondo Kant, ogni uomo, anzi, ogni essere ragionevole, essendo fine in se stesso, possiede un valore non relativo ma assoluto. Poiché solo la moralità è la condizione esclusiva affinché un essere ragionevole possa essere fine in se, la dignità compete all’uomo in quanto membro del regno dei fini, ed essere ragionevole che obbedisce solo alla legge da lui stesso istituita.

Per materia Kant intende un oggetto la cui realtà sia desiderata, mentre per forma intende l’universalità della legge.

Per formalismo etico si intende la dottrina secondo cui il motivo determinante dell’azione morale non è la materia ma la forma, la quale non ci dice cosa dobbiamo fare, ma come dobbiamo fare ciò che facciamo.

L’azione compiuta unicamente in vista della legge e per rispetto della legge è il dovere. Kant afferma che noi non dobbiamo agire in vista di qualche scopo ma solo per dovere, ovvero secondo l’ideale del dovere-per-il-dovere.

Kant definisce rigoristi coloro che non ammettono nessuna neutralità morale sia nelle azioni che nei caratteri umani. A loro volta, gli studiosi hanno parlato di rigorismo kantiano per alludere al carattere severo della morale critica e al suo ideale del dovere-per-il-dovere, che esclude ogni emozione o sentimento.

Il rispetto per la legge è l’unico sentimento che risulta a priori e non è solo l’unico e incontestato movente morale, ma l’intera moralità considerata soggettivamente. Il rispetto per la legge implica la condizione finita dell’uomo.

La volontà buona è la convinta adesione della volontà alla legge, ovvero quella condizione suprema di ogni bene che rappresenta l’unico bene in senso assoluto, cioè l’unica cosa incondizionatamente buona.
Il dovere e la volontà buona, secondo Kant, innalzano l’uomo al di sopra del mondo sensibile, dove vige il meccanismo delle leggi naturali, e lo fanno partecipare al mondo intelligibile, dove vige la libertà. Affermandosi come noumeno, l’uomo non annulla se stesso come fenomeno, cioè come essere sensibile, perché l’attività noumenica dell’uomo può attuarsi solo nel mondo sensibile e in virtù di esso.

La rivoluzione copernicana morale consiste nell’aver posto l’uomo al centro dell’universo morale, capovolgendo il rapporto soggetto-oggetto.
Kant parla di paradosso della ragion pratica per sottolineare come non sia il concetto di bene o di male a fondare la legge pratica, ma, al contrario, sia la legge morale che determina e rende possibile il concetto del bene.

Per dialettica della ragion pura pratica Kant intende il conflitto cui si va incontro in sede etica quando si ha a che fare con l’assoluto morale che egli identifica con il sommo bene.
Il sommo bene, è per Kant, la totalità incondizionata dell’oggetto della ragion pura pratica, cioè quel bene intero e perfetto che coincide con l’assoluto morale e si identifica con l’unione di virtù e felicità. Se tale connessione è concepita come analitica, o la felicità si risolverà nella virtù o la virtù si risolverà nella felicità, ma in tal caso uno dei due termini viene annullato. Viceversa, se la connessione è concepita come sintetica, o la felicità produrrà la virtù o la virtù produrra felicità. Entrambi i casi sono impossibili.
Questa antinomia rischia di rendere impossibile il sommo bene e di ridurre la legge morale, che diventerebbe fantastica e diretta a fini vani e immaginari.
Di conseguenza deve essere sciolta e l’unico modo per scioglierla è di postulare un mondo dell’aldilà in cui possa realizzarsi ciò che nell’aldiquà risulta impossibile.

Ecco i postulati tipici di Kant.

  • Postulato dell’immortalità dell’anima. Poiché solo la santità rende degni del sommo bene, poiché la santità non è mai realizzabile nel nostro mondo, si deve per forza ammettere che l’uomo possa disporre di un tempo infinito, grazie a cui progredire all’infinito verso la santità.
  • Postulato dell’esistenza di Dio. Se la realizzazione della prima condizione del sommo bene implica il postulato dell’immortalità dell’anima, la realizzazione del secondo elemento del sommo bene comporta il postulato dell’esistenza di Dio, ovvero la credenza in una volontà santa e onnipotente che faccia corrispondere la felicità al merito.
  • Postulato della libertà. Accanto ai due postulati religiosi, Kant pone il postulato della libertà. Questa è infatti la condizione stessa dell’etica, che nel momento stesso in cui prescrive il dovere presuppone anche che si possa agire o meno in conformità ad esso e che quindi si sia sostanzialmente liberi.

Il primato della ragion pratica consiste nella preponderanza dell’interesse pratico sull’interesse teoretico e nel fatto che la ragione ammette, in quanto è pratica, proposizioni che non potrebbe ammettere nel suo uso teoretico.
Rovesciando il modo tradizionale di intendere il rapporto tra morale e religione, Kant sostiene che non sono le verità religiose a fondare la morale ma la morale a fondare le verità religiose.

La Critica del Giudizio

Per giudizio Kant intende una facoltà intermedia fra il conoscere, che cade sotto la giurisdizione dell’intelletto, e il desiderare, che cade sotto la giurisdizione della ragione.
Nella critica del giudizio, Kant studia il sentimento.

Il sentimento è una terza facoltà autonoma, che si identifica con la dimensione propria del Giudizio, ovvero con il sentimento del piacere o del dispiacere.

I giudizi sentimentali costituiscono il campo dei giudizi riflettenti, in contrapposizione al campo dei giudizi determinanti.
I giudizi determinanti determinano gli oggetti fenomenici mediante forme a priori universali e necessarie.
I giudizi riflettenti riflettono su una natura già costituita, limitandosi ad apprenderla secondo le esigenze di finalità e armonia; a loro volta si dividono in estetici, che giudicano per via del sentimento di piacere o dispiacere, e teleologici, che giudicano mediante l’intelletto e la ragione.

Il termine “estetica” assume il significato di dottrina dell’arte e della bellezza. Bello non è ciò che piace ma ciò che piace nel giudizio di gusto.
Kant offre quattro definizioni della bellezza:

  • disinteresse: secondo la qualità il bello è l’oggetto di un piacere senza alcun interesse; infatti i giudizi estetici sono caratterizzati dall’essere contemplativi e disinteressati.
  • universalità: secondo la quantità il bello è ciò che piace universalmente, senza concetto; Kant esige che il sentimento di piacere provocato da una cosa bella sia condiviso da tutti.
  • finalità senza scopo: secondo la relazione, la bellezza è percepita come finalità senza scopo.
  • necessità: secondo la modalità il bello è ciò che, senza concetto, è riconosciuto come oggetto di un piacere necessario; il bello è qualcosa che ognuno percepisce intuitivamente,ma che nessuno riesce a spiegare intellettualmente.

Due distinzioni importanti per Kant sono le seguenti:
Kant distingue il piacevole, che è ciò che piace ai sensi nella sensazione dal piacere estetico, che è il sentimento provocato dall’immagine della cosa che diciamo bella.
Inoltre distingue la bellezza libera, che viene appresa senza alcun concetto, dalla bellezza aderente, che implica il riferimento ad un determinato modello o concetto della perfezione dell’oggetto che viene definito bello.

Kant risolve il problema della deduzione dei giudizi estetici sulla base della comune struttura della mente umana. Il giudizio estetico nasce da uno spontaneo rapporto tra fantasia e intelletto, in virtù del quale l’immagine della cosa genera un senso di armonia; poiché tale meccanismo è uguale in tutti gli uomini, Kant risolve il problema.

Rivoluzione copernicana estetica: espressione usata per evidenziare come Kant abbia posto nel soggetto, e non nell’oggetto, il baricentro del giudizio estetico.

Il sublime matematico: egli definisce sublime matematico ciò al cui confronto ogni altra cosa è piccola, precisando che la natura, dunque, è sublime nei suoi fenomeni.
Il sublime dinamico: egli definisce sublime dinamico ciò che usa l’immaginazione per rappresentare i casi in cui l’animo può sentire la sublimità della propria destinazione; risiede, quindi, solo nel nostro animo.

Affinità e differenze tra bello e sublime.

Il sublime si differenzia dal bello poiché diversamente da quest’ultimo nasce dalla rappresentazione dell’informe e si nutre del contrasto tra immaginazione sensibile e ragione, provocando fremito e commozione. Tutte e due sono però accomunati dal presupporre, come loro condizione, il soggetto o la mente, che si configura come il trascendentale dell’esperienza estetica.

Arte, arte bella e bello artistico.

L’arte in generale è un tipo di agire che produce opere, mentre la natura produce effetti.
L’arte si divide in arte meccanica e arte estetica.
L’arte estetica, a sua volta, si divide in arte piacevole e arte bella.
Le arti piacevoli sono quelle dirette unicamente al godimento; l’arte bella, invece, da un piacere disinteressato.
Pur essendo distinti tra loro, bello artistico e bello naturale rispondono alle medesime definizioni della bellezza e presentano una strutturale affinità.

Il genio è il tratto d’unione tra la natura e l’arte. Ha prerogative proprie che Kant individua nell’originalità o creatività, nella capacità di produrre opere che fungono da modelli, nell’impossibilità di mostrare scientificamente come compie la sua produzione.
Il genio, quindi, è inimitabile ed esiste solo nel settore delle arti belle. Nella scienza, ad esempio, vi sono senz’altro ingegni, ma non propriamente dei geni.

Carattere non-teoretico o dimostrativo del giudizio teleologico.

Ben consapevole che in filosofia non è lecito trasformare dei bisogni in realtà, Kant ribadisce che il giudizio teleologico è pur sempre privo di valore teoretico o dimostrativo, in quanto il suo assunto di partenza, la finalità, non è un dato verificabile, ma soltanto un nostro modo di vedere il reale.
Ma noi non possiamo mai fare a meno di misurarci con la considerazione teleologica, in quanto il meccanicismo non è in grado di offrire una spiegazione soddisfacente e totale dei fenomeni naturali. Ma comunque il modello teleologico non può sostituire il modello meccanico nella spiegazione della natura e non può pretendere di valere teoreticamente o scientificamente.

La Storia

Per ciò che riguarda il concetto della storia, Kant vede la civiltà come uno sforzo verso una società umana universale, di cui detta le condizioni nel suo scritto Per la Pace Perpetua. Qui riconosce le condizioni della pace nella costituzione repubblicana dei singoli stati, nella federazione degli stati tra loro e nel diritto cosmopolitico, cioè il diritto di uno straniero a non essere trattato da nemico nel territorio di un altro stato. Ma soprattutto vede la massima garanzia della pace nel rispetto da parte dei governanti delle massime dei filosofi e nell’accordo tra politica e morale, secondo la massima “L’onestà è migliore di ogni politica”.

 

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